La fotografia, letteratura per immagini e coincidenze surreali.
La mia passione per la letteratura – una vera e propria ossessione compulsiva – viene
prima della mia passione per la cultura e l’arte fotografiche. E ritengo che proprio ciò
mi abbia portato e aiutato a (tentare di) essere un fotografo, che, tuttavia, non è il mio
lavoro. Anche quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare: forse mi consente maggiore
libertà intellettuale, non dovendo rispondere a necessità economiche.
Tutto ciò posto, quanto alla “vita fotografica”, la mia personalissima filosofia è che si
arrivi alla fotografia non attraverso la fotografia stessa, ma attraverso la letteratura, i
classici, la poesia, la pittura, i viaggi, l’esperienza di vita, la conoscenza delle altre
culture. Perché tutto questo? La risposta presuppone un’ulteriore domanda: perché e
quando si preme il pulsante di scatto della fotocamera? Non è difficile saperlo: quando
il nostro interesse è pienamente (ancorché inconsapevolmente) elicitato.
Goethe sosteneva che l’occhio vede ciò che la mente conosce.
In sostanza, affinché un episodio, una qualunque scena, un momento muovano il mio
interesse, io devo averli già conosciuti, “visti e vissuti altrove”: che sia un libro, un
quadro, una vicenda personale, un viaggio. Insomma, è necessario godere di un
bagaglio culturale ampio e profondo affinché ciò che vedo risponda a ciò che già
conosco.
Ma, attenzione, la mancanza di consapevolezza ha un ruolo fondamentale nel momento
fotografico, giacché è inconscia la consonanza tra l’osservato e il conosciuto che, in una
frazione di secondo, dà vita alla molla interiore che mi spingerà a realizzare la mia
fotografia, a fermare ciò che mi ha significativamente interessato.
Quindi è l’inconscio che ci guida e ci muove. Ma, per far ciò, questa straordinaria forza
deve essere alimentata da una fonte pregressa: il nostro bagaglio culturale, il nostro
orizzonte conoscitivo. E più sarà ampio questo orizzonte, tanto più il nostro interesse
sarà colpito.











Si può dire che fotografare è una sorta di reminiscenza, una domanda che si fa alla vita,
in forza della quale si scopre la conoscenza che già risiede in noi, che viene alla luce nel
momento dello scatto fotografico. Di talché, l’unione tra ciò che scorgo e ciò che conosco
formerà con la fotografia, risultato ultimo, una vera e propria triangolazione, una
torsione teleologica.
Non dimentichiamo che Cartier-Bresson e David Seymour – sono i primi che mi
sovvengono – erano uomini estremamente colti, che frequentavano quotidianamente
circoli di intellettuali, da Camus a Sartre, per citarne solo alcuni; senza dimenticare il
“nostro” Francesco Cito, profondo conoscitore delle vicende geopolitiche che per decenni
hanno attraversato l’umanità, ma anche, se i ricordi non mi ingannano, della vita e delle
opere di Brunelleschi, come di tanti altri.
E il saper fotografare?
Questa specifica forma di sapere è fondamentale. E’ un sapere che va necessariamente
conquistato e deve diventare parte di noi, ma poi deve essere dimenticato. Voglio
dire che l’impostazione sulla fotocamera dei parametri necessari per quella particolare
fotografia deve diventare naturale, come il bere e il respirare, azioni a cui nessuno pensa
mentre sono compiute.
In Giappone, nell’arte del tiro con l’arco, i maestri Zen insegnano agli allievi a
concentrarsi non sull’arco ma su loro stessi: è la perfezione del gesto che consentirà di
colpire il bersaglio; sicché, se ci si concentrasse sullo strumento e non sul gesto,
l’attenzione sarebbe deviata da ciò che conta realmente per raggiungere il risultato.
E a proposito di dimenticanza, Garry Winogrand, uno dei più grandi fotografi del
recente passato (siamo a metà ‘900), effettuava migliaia di scatti e poi letteralmente
buttava i rotoli in un cassetto; solo dopo un anno, dopo averli dimenticati cioè, li
sviluppava in funzione della scelta delle fotografie!
Il passato illumina il presente: tutti dovremmo imparare dal passato.
Per quanto mi riguarda, quando fotografo mi lascio “ferire” dal “significante” e dalle
“coincidenze surreali”, il cui momento di vita può essere dinamicamente congelato – lo
so, è un ossimoro – soltanto dalla fotografia.
In fin dei conti, la fotografia interviene dove la lingua fallisce; è letteratura per immagini.
Un qualche intellettuale – in questo momento mi sfugge il nome – ha detto che l’arte
nasce proprio perché la lingua fallisce, proprio perché incapace, la lingua, di generare
ciò di cui è invece capace l’arte stessa.
Rinaldo Alvisi





