Giovanni Bortolani viene al mondo nel '62 mentre Bob Dylan scriveva Blowin' in the wind.
Ha iniziato a fotografare per dipingere landscape in garage, aveva 11 anni e una Agfamatic 110.
Al liceo proiettava diapositive sui muri per pitturare trompe l'oeil.
In Accademia è entrato in camera oscura e non ne è più uscito. Manipolare fotografie e creare immagini è diventato il suo trip. Ha “fatto i soldi” lavorando come illustratore, scenografo, videomaker, art director e li ha spesi tutti per fare il fotografo.
Distratto dalle nuvole pensa con la matita, scrive con la luce.
1. La fotografia, istruzioni per l'uso:
Il manuale di istruzioni d'uso va ignorato. Trovo davvero creativo prendere l'oggetto e farlo (cercare di farlo) funzionare subito. Oppure aprire la
scatola e montare l'oggetto senza leggere le istruzioni.
Il rischio c'è, magari il risultato risulta differente dalle aspettative. A volte occorre proprio ripartire da zero e smontare tutto ma non la trovo una
perdita di tempo, piuttosto una forma di meditazione.
Bypassare il manuale d'uso non è un atto di supponenza, è un modo di mettere alla prova l'intuito e la pazienza. Poi, i manuali sono spesso tradotti
malissimo e sicuramente noiosissimi. Che divertimento c'è a disegnare tracciando un segno tra un numero e il conseguente come nei giochi enigmistici?
Che divertimento c'è a riempire di pittura con il colore corrispondente al numero segnato, delle caselline pre-disegnate sul cartoncino telato che riproduce un noto quadro di VanGogh?
2. E' vero che il mestiere di fotografo ha conosciuto tempi migliori?
Forse il mestiere del fotografo sta scomparendo, mah...forse solo quello tecnico.
La fotografia è un'altra cosa. Lo era prima dell'invenzione chimica della fotografia, lo è dopo l'avvento del digitale, lo sarà dopo l'invenzione del
sensore-organico grazie alla nanotecnologia.
Nel 1850 la fotografia ha liberato la pittura dalla rappresentazione della realtà e la pittura ha potuto raggiungere l'essenza con l'astrazione. A quel tempo quanti pittori ritrattisti hanno perso il lavoro? Il progresso tecnologico è una gran bella cosa. Mi ci sono buttato a capofitto fin da subito. La
tecnologia elettronica è anche una grande fregatura, gli strumenti diventano obsoleti subito, le capacità manuali appiattite e spesso, quelle
intellettuali, omologate.
Una volta lavoravamo in team, ora sempre più soli. Una volta riuscivamo a trasmettere il valore del tempo che occorreva per realizzare un lavoro. Ora,
spesso non riusciamo ad ottenere i tempi tecnici necessari. Quando le cose le faccio per me tendo a complicarle. Una lotta senza tregua contro
la paura della banalità porta a sovrastrutture incredibilmente pesanti. Quando le cose le faccio per gli altri tendo a semplificarle, less is more. Credo che ogni occasione sia per comunicare, che un'immagine senza un'idea sia invisibile. La comunicazione senza condivisione è cosa sterile. Penso che
condividendo senza partecipazione, non si realizzi niente di utile e di grande.
3. E il presente?
Ritengo che nei primi tre decenni del secolo scorso, sia stato già fatto "tutto", almeno nell'essenza della fotografia e che in questi momenti occorra
ripartire da carta e matita per ideare nuove immagini e raccogliere storie per realizzare nuovi racconti. Riconquistare lo stupore e la curiosità di un
bambino ed esprimersi come un vecchio saggio.
La fotografia è un gran bel mezzo per scovare la poesia che si nasconde dietro alle cose semplici e a quelle crude e inenarrabili. La fotografia è un mezzo estetico. E l'estetica è contenuto. Lo è perfino nelle fotografie di reportage di James Nachtwey quando fritrae l'inferno della sofferenza umana. Altrimenti non potremmo guardare in faccia la realtà così, nuda e cruda.
4. Raccontaci questa professione attraverso la tua storia personale
La fotografia è il comune denominatore della mia vita. Agli inizi era un modo per nascondere la timidezza dietro una maschera e guardare il mondo attraverso un obiettivo. Regalavo ai miei amici, ai compagni di scuola, le foto e il mio modo di vederli. Un modo per farsi voler bene. La scuola ti insegnava il disegno, la pittura, la prospettiva. La fotografia era qualcosa che apparteneva alla famiglia, alle feste e alle vacanze. Era una cosa ludica e utilissima per andare a caccia immagini ispiratrici per la pittura. Una volta ho pensato di mollare tutto ed entrare nei ranghi di una vita più
equilibrata e normale. Ho chiuso lo studio e ho iniziato a lavorare per conto terzi. Tradotto: ho trovato un posto di lavoro. La passione, però, ti brucia.
Puoi sedarla fino a non accorgerti che ti stai rodendo il fegato e alla fine prorompe come un urlo. Incominci a rubare tempo agli impegni per dedicarli alla camera oscura e finisci per avere una doppia vita, usando la notte per volare come una falena attorno ad una luce rossa.
Ci teniamo sempre una via di fuga, per me è stato un viaggio solitario a NYC nel maggio del 2001. Hasselblad SWC/M pellicola 120 Tri-X e un idea in testa, vedere Times Square deserta. Alla fine ho trovato molto di più di quello che cercavo. Sono tornato bambino con la voglia di vivere. Non una doppia vita, ma una vita, una sola.
Centrata nel "qui e ora". Creando facendo.
E' stato l'incontro con Bruno Munari, a Milano nel 1980 ad aprirmi gli occhi e soprattutto la mente. La scuola politecnica di design fondata da Nino Di
Salvatore era una vera e propria Bauhaus italiana, fu lì che imparai la tecnica da Sergio Trani e il metodo progettuale di Bruno Munari. I collage di Bruno Munari e quelli di Laszlo Moholy-Nagy cambiarono la mia visione, il mio fare. Con la fotografia ci ho lavorato più per necessità che per scelta. L'ho sempre considerata una mia cosa intima, pura, un pratica rituale e liberatoria. Ho lavorato come illustratore, designer, scenografo, reporter, videomaker e art director.
I primi lavori con la fotografia sono state le proiezioni in Multivisoni con 21 proiettori allineati, pratica che andava di moda per le contentino e le
fiere. Un po' di magnificenza ottenuta da centinaia e centinaia di diapositive sincronizzate con la musiche. Una figata. L'ultimo lavoro in cui mi riconosco non è un lavoro. E' una mostra, Fake too Fake.
Con la crisi si sono allargate le maglie degli impegni professionali. Grande opportunità per riappropriarsi della fotografia come gioco-esperimento.
Straordinaria occasione per ritrovarsi con gli amici professionisti a condividere un bisogno, un'idea.
5. Un parere riguardo ai giovani talenti?
Se ci sono e chi sono non sta a me dirlo. Forse il settantenne che si è iscritto al corso di fotografia digitale dell'ultim'ora. Chiunque abbia sempre
la voglia di iniziare, di mettersi in gioco.
In questo periodo c'è molta ambizione e desiderio di farlo come mestiere (il fotografo) che coincidono con un periodo in cui il lavoro commissionato è
sempre più scarso. Sembrerebbe più un mestiere in via di estinzione. C'è una grande trasformazione in atto che, forse ci porterà a diventare tutti Visual Designer. E la fotografia resterà una delle tante tecniche e pratiche che avremo imparato. Uno degli innumerevoli modi e strumenti per realizzare le idee.
6. Parlaci del tuo presente che sta tutto (o quasi) in un hangar, Hangar58...
Ho messo tutto me stesso in questo progetto. Hangar58 non è solo uno spazio fisico è un catalizzatore di idee. Tutta la roba che vi è contenuta, potrebbe ripiegarsi e impacchettarsi. Ci sono più megabyte che materia, più immaginazione che trucchi fototecnici, più amici nomadi che stanziali, più
convivialità che antagonismo. Ora che siamo nell'era del tutto e subito, occorre (quando si trovano) proteggere i semi in germinazione, dar loro il
tempo di svilupparsi e crescere forti, osservarli e coltivarli. Tentare nuovi innesti, perseverare nella cura e attendere con pazienza il risultato. Occorre
prendere il tempo per andare in profondità, non fermarsi in superficie.
Essere informati non vuol dire conoscere. Farsi conoscere non vuol dire essere.
Condividere è il primo passo, partecipare l'obiettivo. "E' necessario che l'artista abbandoni ogni aspetto romantico e diventi un uomo attivo tra gli
altri uomini... senza abbandonare il suo innato senso estetico, risponda con umiltà e competenza alle domande che il prossimo gli può rivolgere." Da Arte come mestiere di Bruno Munari, 1966. Fotografo come se lavorassi, lavoro come se giocassi. Ora sto in studio e al Mac lo stretto necessario, mi piace portare fuori Hangar58 in un minikit e conoscere fotografando, come quest'ultima esperienza all'Istituto Alberghiero di Casalecchio, incontrato x lavoro e ritornato sul luogo per conoscere i ragazzi. Hangar58 nasce due anni fa, da una contaminazione tra visioni, passioni e ossessioni. È una sintesi di talenti con esperienza pluriventennale nel mondo del visual design e della comunicazione.
Un laboratorio creativo x l’illustrazione fotografica, per l’immaginazione, per far decollare le idee. Insomma, Hangar58 è la soluzione alchemica per
trasformare un’idea in un’immagine, e un’immagine in una magia. Il committente ideale è l'Agenzia di Pubblicità, ci interfacciamo molto bene con i creativi. Potrei dire che siamo un gruppo in fermento, uno spazio mobile, una fucina alchemica x immagini di sintesi ad alto tasso di creatività e realtà. Arte in movimento al servizio della comunicazione. Poi ci sono i progetti condivisi con altri professionisti, ad esempio Orea Malià (hair stylist) con cui
sperimentiamo nuovi mood, oppure Benedetta Cucci, la giornalista con cui sto pubblicando un libro "Ricette delle nuove famiglie Italiane" in uscita a
Natale.




