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Mauro Fabbri , fotografia e pubblicità, uomini e immagini che fanno la differenza

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Mauro Fabbri è Chief Editor presso Mediaspazio.

Le diversificate esperienze nel campo della comunicazione, in particolare negli ambiti del giornalismo e della creatività pubblicitaria, e l'intensa attività di coordinamento redazionale all'interno di strutture editoriali, lo hanno portato negli anni recenti a raggiungre obiettivi di successo come project leader in operazioni di analisi e sviluppo di nuovi prodotti editoriali e come consulente in attività di viral marketing.

 

Mauro Fabbri Chief Editor presso Mediaspazio

 


Intervista


1. Presentaci il mercato fotografico italiano...


L'attuale mercato della fotografia è difficile e complicato vista la crisi che ha investito le aziende e il digitale ha definitivamente cambiato il modo di realizzare foto. Versatilità e possibilità di elaborazione delle immagini sono cose positive ma vanno di pari passo con il crollo del valore commerciale delle immagini stesse. Anni fa, un servizio fotografico pubblicitario gravitava sui dieci milioni di vecchie lire, oggi, arrivare a quattrocento euro è già  una fortuna. Purtroppo, in Italia, la figura professionale del fotografo non è regolamentata. I QIP sono il meritevole e volenteroso tentativo di tamponare una situazione drammatica, e in Europa le cose non vanno molto meglio, anzi...tutti possono acquistare immagini in rete a prezzi stracciati e a meno che l'editore non sia il National Geographic, resta fondamentale per chiunque abbattere i costi della carta e della stampa di un giornale.


2. E il fotografo, allora?


Si potrebbe definire l'anello debole della catena. Guadagna sempre meno con la conseguenza di avere sempre meno risorse a disposizione per investire e sperimentare. Basta tirare in ballo l'esempio della Gran Bretagna dove il mercato, più vivace e dinamico, circa tre volte più consistente di quello italiano ma i professionisti sono orientativamente tre volte inferiori numericamente rispetto a quelli di casa nostra...


3. Un parallelo con il mercato delle macchine fotografiche...

Le reflex professionali costituiscono solo il 4% del mercato. Sono le compatte il punto forte di una fotografia ormai trasversale e condivisa da tutti quelli che vogliono esprimersi. Potremmo obiettivamente dire che i professionisti, in un certo senso, non sono numericamente, e, di conseguenza, commercialmente interessanti.



4. Cosa puoi dirci sulle mostre fotografiche nel nostro Paese?

Ci sono le mostre importanti, in città altrettanto prestigiose e quelle amatoriali che si moltiplicano di anno in anno. Credo che vadano bene tutte, purché si parli di fotografia. Del resto, più fotografi  hanno voglia di mettersi in gioco, meglio è. Sicuramente in Italia non si fanno i grandi numeri come all'estero dove c'è una cultura fotografica più diffusa e consolidata. Il pubblico delle mostre estere di rado esce da un'esposizione senza aver acquistato una stampa o un catalogo dell'evento. Un dettaglio non irrilevante, se paragonato alle attitudini del pubblico italiano.



5. Un futuro tutt'altro che roseo...


Se non avremo la capacità e l'energia di riunire le forze coinvolgendo grandi sponsor resteremo dei provinciali. Istituzioni, università, aziende, gruppi bancari, fondazioni dovrebbero lavorare in sinergia con competenza e un'occhio di riguardo al talento. Si preferisce volare all'estero anzichè tentare di investire sul proprio territorio, armandosi di grande forza di volontà. Lo sguardo, quello si, dovrebbe sempre essere orientato fuori dai confini nazionali per imparare a essere meno provinciali, abbracciare un vero confronto. In Italia, spesso sono le persone senza la necessaria esperienza a essere investite da cariche adibite alla tutela di forme d'arte come la fotografia. Con l'aggravante che, quest'ultima, per le ragioni che ho già accennato, non muove abbastanza soldi ed energie per creare business aziendali e  finisce per interessare a pochi. Purtroppo, però, la fotografia non è demagogia e trovare il sostegno degli sponsor diventa molto faticoso. Quindi, a farla breve, il futuro, come il passato sarà costellato di persone che si impegneranno molto, di cialtroni e di un ambito amatoriale in forte crescita. Basta citare Flikr che riesce a dare a tutti la possibilità di esprimersi e alla crescita dei siti fai da te che, ben costruiti e con la giusta visibilità sono una poderosa macchina di autopromozione con migliaia di accessi quotidiani.


6. Come ha condizionato le tue scelte il rapporto con la fotografia?

Ho cominciato a fotografare a 16 anni e direi che a quell'età si è poeticamente ispirati da boschi, albe e soggetti da ritrarre in BW. Sfogliavo le pagine di Photo, come molti miei coetanei, incantato dal miscuglio di glamour patinato e reportage shock. Trovavo incredibile passare dalle curve di Cindy Crawford all'esplosione di un soldato su una mina. Erano gli anni di Fabrizio ferri, della moda che si contrapponeva alla fotografia sociale. Ho sempre amato stampare da me, con il bagno trasformato in camera oscura e conseguente odio dei genitori. Durante gli anni di studio collaboravo con Torino Fotografia, storica istituzione, gestita da Luisella D'Alessandro. C'erano i soldi, le risorse per creare progetti consistenti e capitava di lavorare gomito a gomito con personaggi come Serge di Yugoslavia, figlio di Maria Pia di Savoia. Però, più mi occupavo di mercato, meno scattavo. Credo di essere un uomo di marketing fotografico, è questa la mia vera attitudine. Ho capito in fretta che esclusi Glaviano, Ferri e Gastel, gli altri facevano la fame. Il fotografo medio aspirava a diventare qualcuno e gli toccavano i matrimoni o, nel migliore dei casi, 15/20 anni da assistente senza alcuna garanzia. Io ho trovato più stimolante lavorare con le “teste”, occuparmi di strategie, dei meccanismi che portano un prodotto al successo e Fotonotiziario era luna rivista leader. Poi, complici misteriose affinità elettive e oscure leggi di risonanza, sommate a intuito e duro lavoro, da poco meno di dieci anni sono direttore editoriale del gruppo Mediaspazio.


7. Un aneddoto per farci sorridere...

Non potrò mai scordarmi di una notte passata in studio per ricreare una spiaggia. Si trattava di uno spot con Susanna Messaggio. La sabbia l'avevano portata dall'esterno, alle prime luci dell'alba, completamente bagnata. Non c'era il digitale e abbiamo impiegato diverse ore ad asciugarla con il phon. Pensare che negli anni d'oro per scattare le foto di un portafogli di Gucci volavano in cinque alle Seychelles senza badare a spese...

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